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Statine: fanno davvero male? Cosa dice la scienza sugli effetti collaterali?

6 minuti

Poche classi di farmaci nella storia della medicina moderna hanno prodotto benefici comparabili a quelli delle statine in termini di riduzione della mortalità e morbilità cardiovascolare. Eppure, paradossalmente, poche classi di farmaci sono state circondate da un livello di sospetto, diffidenza e narrazione negativa altrettanto persistente. Negli ultimi quindici anni, l’idea che “le statine facciano male” si è progressivamente radicata nell’immaginario collettivo. Un lavoro pubblicato nel febbraio 2026 dal Lancet  rappresenta il tentativo più ambizioso e metodologicamente solido mai realizzato per rispondere a una domanda cruciale: quali degli effetti avversi attribuiti alle statine sono realmente causati dalle statine?

Il danno del colesterolo

Il colesterolo alto è una strana “malattia”. Non fa male, non dà fastidio, non si sente. Ci si accorge della sua presenza solo attraverso un numero scritto su un foglio. Eppure, quando quel numero resta alto per anni, può lasciare conseguenze improvvise e spesso irreversibili, come un infarto o un ictus.

Ancora si tende a dare importanza al colesterolo totale. Ormai le linee guida indirizzano sul controllo del colesterolo LDL, il cosiddetto “cattivo”.

Nonostante questo, quando si parla di statine – i farmaci più usati per ridurre il colesterolo – la reazione è spesso la stessa: diffidenza. Molti pazienti arrivano già convinti che “facciano male”, che siano pericolose, che portino più problemi che benefici. È una convinzione così diffusa da sembrare quasi una verità condivisa.

Ma da dove nasce davvero questa paura?

Statine: tra diffidenza è realtà

Negli ultimi anni le statine sono finite spesso al centro di racconti negativi. Testimonianze personali, articoli allarmistici, discussioni sui social e, non da ultimo, fogli illustrativi molto lunghi e ricchi di avvertenze hanno contribuito a creare l’idea che questi farmaci possano causare una lunga serie di disturbi: dolori muscolari, problemi di memoria, insonnia, depressione, danni al fegato, ai reni, persino al cervello.

Il problema è che non tutto ciò che viene associato a un farmaco è realmente causato da quel farmaco.

Per chiarire questo punto, il 6 febbraio 2026 è stato pubblicato su The Lancet uno studio di portata eccezionale, che ha provato a separare finalmente le paure dai fatti 

Gli autori non hanno raccolto opinioni né segnalazioni spontanee, ma hanno analizzato i dati di oltre centocinquantamila persone coinvolte in grandi studi clinici. Studi in cui alcuni partecipanti assumevano una statina e altri una pillola identica ma priva di principio attivo, senza che né i pazienti né i medici sapessero chi stesse assumendo cosa. Questo tipo di ricerca è fondamentale perché elimina l’effetto delle aspettative, delle suggestioni e delle convinzioni personali. In questo enorme database sono stati cercati tutti gli effetti collaterali che compaiono nei fogli illustrativi delle statine più comuni. In totale, sessantasei possibili effetti indesiderati. Il risultato è stato sorprendente per molti, ma estremamente chiaro dal punto di vista scientifico.

La stragrande maggioranza di questi effetti non risulta causata dalle statine.

Disturbi molto temuti come la perdita di memoria, la demenza, la depressione, i problemi del sonno, il calo della libido, la disfunzione erettile, le neuropatie o i danni ai reni non mostrano alcuna differenza reale tra chi assumeva la statina e chi prendeva il placebo. In altre parole, questi problemi si verificavano con la stessa frequenza anche in chi non assumeva il farmaco.

Statine: gli effetti collaterali

Lo studio conferma però che alcuni effetti collaterali esistono davvero. In particolare, è noto da tempo che le statine possono causare un aumento degli enzimi del fegato negli esami del sangue. Questo effetto è reale, più frequente con dosaggi elevati, ma nella grande maggioranza dei casi non provoca alcun sintomo e non si traduce in una vera malattia del fegato. Non aumenta il rischio di epatite, cirrosi o insufficienza epatica, e spesso rientra spontaneamente o con una semplice modifica della terapia.

Sono state osservate anche lievissime alterazioni di alcuni parametri urinari e un modesto aumento del rischio di gonfiore, ma si tratta di variazioni rare, di piccola entità e senza conseguenze cliniche rilevanti a fronte di un beneficio indiscutibile. In termini concreti, parliamo di pochi casi ogni migliaia di persone trattate.

Statine: gli effetti benefici

A questo punto è utile fare un confronto che raramente viene spiegato con chiarezza. Da una parte ci sono questi effetti collaterali, per lo più lievi e rari. Dall’altra parte c’è il beneficio delle statine: la riduzione significativa del rischio di infarto, ictus e morte cardiovascolare. In molte persone, soprattutto se hanno già avuto un evento o presentano fattori di rischio importanti, questo beneficio è tutt’altro che teorico.

Il colesterolo alto non dà segnali di avvertimento. Non avvisa prima di causare danni. Le statine agiscono in silenzio, proprio come il problema che cercano di prevenire. Forse è anche per questo che vengono percepite come meno “necessarie” rispetto ad altri farmaci che alleviano sintomi immediati.

Negli ultimi anni, ogni volta che sui media sono circolate notizie allarmistiche sulle statine, si è osservato un aumento delle persone che hanno sospeso la terapia. Studi successivi hanno dimostrato che questa interruzione ha portato, nel tempo, a un aumento di infarti e ictus che si sarebbero potuti evitare. In questi casi, la paura degli effetti collaterali è diventata essa stessa un fattore di rischio.

Questo grande studio non dice che le statine siano perfette, né che non abbiano effetti collaterali. Dice qualcosa di più utile: la maggior parte dei timori più diffusi non è supportata dai dati. Continuare a considerarle farmaci pericolosi significa rinunciare a uno degli strumenti più efficaci che abbiamo per proteggere il cuore e il cervello.

Informarsi bene sugli effetti collaterali delle statine non significa sottovalutare i rischi, ma dare il giusto peso ai benefici. Ed è spesso da questo equilibrio che nasce una buona decisione clinica.

In medicina, spesso non serve convincere. Serve spiegare bene. E quando i dati sono chiari, anche le decisioni diventano più semplici.

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